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Pittsburgh: la transizione post-industriale. Dall’economia del ferro all’economia della conoscenza

La prima metà del viaggio scorre, intensa e densa, e decidiamo di fermarci un attimo per tirare un respiro e organizzare le idee.

Si iniziano a delineare scenari e temi estremamente interessanti.

Anche la nostra strategia di dialogo e relazione con i nostri interlocutori prende forma. Sceliamo un approccio project based: impostare gli incontri a partire dalla descrizione di scenari progettuali reali, citando sperimentazioni e progettiche stiamo portando avanti in Italia a cavallo fra insegnameto universitario, ricerca, arte e tecnologia. Una modalità, questa, che ci permette di portare rapidamente le discussioni sull'analisi delle opportunità generate dall'accessibilità e dalla diffusione ubiqua di tecnologie di rete.

Pittsburgh è la prima vera tappa del nostro viaggio.

Ci accolgono i suoi ponti poderosi fatti di acciaio e bulloni. Un'architettura in cui è condensata la sua storia, quella di una città che ha affrontato il passaggio da un'economnia industriale a
un'economia della conoscienza basata sul settore università e ricicerca (qui in particolare robotica e settore ospedaliero).

Abbiamo tre giorni densi nei toccare i nodi salienti di una trasformazione che in modi differenti accomuna città come Cleveland e Detroit.

A guidarla è il complesso gigantesco della Carnegie Mellon dove trascorriamo la quasi totalità del nostro tempo, passando dal dipartimento di ingegneria, a quello di architettura, alla business school.

A raccontarci il processo è Mattew Sanfilippo, executive director della Smart
Infrastrfucture Incubator (ICES): nell'arco di circa trenta ann la città ha visto i "colletti bianchi" rimpiazzare i "colletti blu" in modo drastico. Il tessuto sociale, storicamente composto da lavoratori delle fabbriche metalmeccaniche e del carbone, è stato rimpiazzato da operatori del terzo settore, della cultura, della ricerca, della tecnologia, non senza contraccolpi e tensioni sulla coesistenza di strati di popolazione così differenti per stili di vita e aspirazioni.

Ingegnere di formazione, Sanfilippo vive a cavallo fra la ricerca e il mondo dell'industria creado e cercando punti di contatto fra università e mercato.

Affrontiamo due grandi aree:

  • l'evoluzione dei modelli di produzione e distribuzione attraverso la diffusione del 3D printing e del fabbing avanzato;
  • gli scenari delle smart cities.

Sul grande fenomeno del fabbing, l'ICES guarda ad una vera e propria coalizione fra l'università e il settore industriale con l'obiettivo di concettualizzare e mettere in pratica trasformazioni radicali del concetto di supply chain.

Sanfilippo ci parla apertamente del concetto di democratizzazione della supply chain, attraverso l'esempio del settore aerospaziale. É proprio qui che si stanno sperimentando alcuni nuovi modelli, in cui produzioni molto costose e di grande qualità vengono polverizzate attraverso innumerevoli produttori, abilitati dalla disponibilità di stampanti 3D, e dalla possibilità di stabilire veri e propri ecosistemi produttivi. Le sperimentazioni offrono, inoltre, la possibilità di studiare come trasferire e replicare queste modalità operative ad altri settori attraverso l'operato di organismi come il NAMII (National Additive Manufacturing Innovation Institute), organismo che alla Carnegie nasce con l'obbiettivo di accorciare la distanza fra ricerca di base, metodologie e prodotti maturi da immettere sul mercato.

É proprio qui, ad esempio, che si aprono innumerevoli scenari di collaborazione, tra racconti di nuovi modelli di artigianato con il supporto delle tecnologie dedicate al fabbing e la descrizione delle nuove filiere peer-to-peer che si stanno aprendo in Italia grazie alla scena e alla cultura dei makers.

In tema di smart city, gli sforzi della Carnegie sono tutti incentrati sulla creazione di un middle ware integrato tra hardware e software: Sensor Andrew. Veniamo a sapere che l'intero campus é dedicato alla sperimentazione di questo sistema, distribuendo sensori e sistemi informativi capaci di integrare le tematiche classiche del sensing (energia, acqua, sicurezza, ambiente e traffico) alle tematiche dell'accesso, del divide, e della condivisione sociale delle informazioni e dei saperi, anche tramite sperimentazioni avanzate in tema di social networking e sicurezza.
Il nodo centrale del progetto è la creazione di linguaggi comuni (il middle ware) per condividere le informazioni in maniera scalabile, estendibile e replicabile, rispettando la privacy dei cittadini e le nuove modalità di intendere lo spazio pubblico.

Parlando della trasformazione degli scenari dell'urbanità non possiamo fare a meno di notare l'importanza delle sponsorizzazioni private, che negli USA spesso assumono forme assai interessanti. Sono proprio gli ex grandi investitori dell'automobile e dell'acciaio che, sentendo in maniera profonda il radicamento al territorio in cui hanno visto prosperare le proprie aziende, nel momento della crisi si sono spesso resi soggetti attivi e propositivi di interi settori dell'innovazione.

É questo, ad esempio, il caso della PHLF, una non-profit che da oltre 20 anni si occupa di rivitalizzazione e sviluppo urbano, operando in particolare nei quartieri svantaggiati di Pittsburgh: lo stesso Sanfilippo è nel board dell'associazione con un ruolo attivo e particolarmente interessato alle possibilità di intersezione fra sviluppo locale e nuove tecnologie. Gli investimenti in questo senso sono multiformi, e spaziano dal real-estate centrato sui progetti di riqualificazione, alla tecnologia e promozione dell'imprenditorialità giovanile, fino agli interventi dalle caratteristiche piú culturali e dedicati alla creazione e condivisione di immaginari e visioni di futuro nelle generazioni piú giovani.

É proprio in questo ultimo senso che cerchiamo di esplorare gli senari della “human centered smart city”: la città come luogo sensibile, attivo, polifonico, libero, resiliente, ricombinante, emergente la cui intelligenza si basa prima di tutto sulle persone, sulle relazioni e le interazioni.

In questa direzione proponiamo le nostre esperienze con progetti come Ubiquitous Pompei o Trieste Cloud City.

Ambientato nel sud dell'Italia in una città simbolo del patrimonio culturale mondiale, Ubiquitous Pompei ha coinvolto 120 studenti delle scuole superiori pompeiane in un percorso di formazione intensiva all'ubiquitous publishing, invitandoli ad inventare la propria città digitale. Gli studenti hanno usato la realtà aumentata applicandola in modi sorprendenti alla partecipazione cittadina, al turismo, al patrimonio culturale e religioso, fino a concepire vere e proprie supply chain distribuite sul territorio e servizi di connettività p2p basati su reti meshed in grado di rispondere al deficit di connessione di interi quartieri dove la rete non arriva (tantomeno quella ad alta velocità). I giovanissimi si trasformano in designer della propria città appropriandosi di linguaggi, tecnologie a partire dalla creazione di un nuovo spazio pubblico digitale, ingaggiando un dialogo con le istituzioni e la società civile; scuola e formazione si pongono concretamente come luogo e motore dell'innovazione.

Ubiquitous Pompei è stata individuata fra le best practice dell'Agenda Digitale Italiana a cavallo fra le aree smart community, smart education e smart city. Mentre in Italia è incorso il tentativo da un lato a livello locale di continuare il percorso iniziato con l'amministrazione pompeiana e dall'altro di individuare modelli e possibilità per realizzare un pilota nazionale scalabile, la fellowship ci consente di aprire un confronto su un modello e una strategia che assolvono ad un bisogno culturale e sociale profondo: la necessità di inserire le tecnologie in un processo di appropriazione reale da parte dei cittadini e delle nuove generazioni.

In questa direzione, Trieste Cloud City disegna un percorso forse più radicale. Il progetto è frutto di un workshop realizato con ISIA Firenze e il Comune di Trieste in cui gli studenti sono stati chiamati a reinventare la comunicazione urbana del centro storico. Il risultato è uno scenario di near future in cui l'intera città diventa una piattaforma open source, un framework per l'espressione l’informazione e la comunicazione, in cui sono disponibili strumenti per creare contenuti e per ascoltare la vita digitale pubblica. Si delinea la creazione di un “ecosistema Digitale Pubblico”, un nuovo commons digitale in cui l’amministrazione rilascia le API (Application Programming Interfaces) cittadine e un vero e proprio “kit” per lo sviluppo software (SDK), offerto ai cittadini come strumento per la libera creazione di applicazioni, esperienze, operazioni creative ed artistiche, di servizi, culture, coordinamenti, filiere nuove e inaspettate. Un elemento talmente importante da essere intgrato nell’intero ciclo di vita scolastico, proprio come si impara a leggere, a scrivere e a far di conto. È qui che l'investimento tecnologico, lo sforzo di dotare il mondo fisico di sensori, rendendolo “sensibile” e intelligente, e gli open data si integrano con il tessuto sociale e culturale della città trovando un senso pieno.

È qui che il dialogo-confronto con la Carnegie Mellon si fa intenso fornendoci un primo importante riscontro su potenzialità e opportunità di scambio e cooperazione da attivare al nostro ritorno: nello scenario degli open data, dei sensori e di Internet of Things si fa strada la percezione della necessità di ideare ed applicare approcci culturali di base, volti a creare nella popolazione una reale percezione sociale e collaborativa delle opportunità che sono rese disponibili dalle tecnologie digitali e dai nuovi modelli operativi.

Prossima tappa di Eisenhower Tour a Boston.

Carnegie

Nella Foto: La Carnegie Mellon