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San Francisco (Part I). Global company e dissonanza sostenibile: dai distretti al reinforest model

Abbiamo volato da costa a costa, il fuso orario è cambiato e anche la geografia: l'America è talmente vasta da somigliare più ad un continente, qualcosa di impensabile per un'europea come me abituata a cambiare lingua e nazioni in una manciata di chilometri.

San Francisco ha il retrogusto di una città mediterranea. Le colline che scendono sul mare, la vegetazione, il caldo: entrando dall'aeroporto si ha la strana sensazione di trovarsi nel sud dell'Italia.

La bay è un gigantesco polipo che si estende per chilometri e chilometri, inghiottendo nel tempo paesini e piccole città della costa in un unico agglomerato urbano privo di un centro: un effetto del prodigioso sviluppo economico che ne ha fatto la capitale globale della new economy.

Vista SF

[Vista dal nostro hotel, il Parc 55, Cyril Magnin Street]


L'impatto con la città è fortissimo: flussi di persone, automobili, mezzi pubblici la attraversano in continuazione. San Francisco è calda, ventosa, vibrante. Masse di aria si incanalano nel groviglio di grattacieli, rotolando dalle colline insieme ai tram e quando il sole se ne va è meglio avere con sè una giacca. E masse di persone affollano le strade: gente che passeggia, suona, lavora, chiede l'elemosina. Gli homeless sono una presenza costante: sono giovani e vecchi, maschi e femmine, bianchi neri, ispanici, e iniziamo a riconoscere le facce della folta popolazione che vive nei pressi dell'albergo, in pieno centro, restituendoci tensioni e contraddizioni aperte di questa metropoli. Una città coi nervi a fior di pelle.

Sfhomeless

[Nella Foto: una delle strade, a pochi metri dal nostro albergo]

Se a Boston ci spostavamo fra il MIT e Harvard, a San Francisco Google, Facebook e Twitter sono praticamente vicini di casa e si incontrano al bar. Ancora una volta siamo proiettati nei luoghi della mitologia contemporanea, firmata dalle corporation globali.

Il nostro incontro con la Silicon Valley parte da Stanford, con il suo immenso campus che si estende per chilometri nella cittadina di Palo Alto: per raggiungerlo da San Francisco prendiamo un treno che in circa 40-50 minuti ci porta comodamente a destinazione. Anche qui come a Boston, l'università permea lo spazio pubblico: una navetta a ciclo continuo, un servizio gratuito offerto da Stanford, fa capolinea dalla stazione direttamente all'ingresso dell'ateneo, di fronte ai giordini dell'Oval. L'architettura del campus mi colpisce: distribuita in orizzontale, con distese di prati verdi tagliati di fresco, giardinetti, alberi e portici, non ha edifici prominenti. I colori sono quelli dell'ocra e del marrone, con un gusto vagamente messicano. Un posto fatto per passeggiare dove non c'è rumore, avulso dal mondo esterno: c'è un gruppo di turisti asiatici in visita, ma un fenomeno del genere lo abbiamo già visto ad Harvard e al MIT e non mi stupisce.

Standford

[Nella foto: ingresso principale di Stanford]

Ad accoglierci è William F. Miller, una vera e propria istituzione a Stanford. Professore di Public and Private Management tre volte emerito (in Computer Science, presso la School of Engineering e l'Institute for International Studies), è uno dei fondatori ancora in vita della Silicon Valley, quando il fenomeno ancora non esisteva. Lo si può quindi annoverare fra i padri della new economy, insomma, quello che si dice un "grande vecchio" e la reverenza dello staff intorno ne è la prova.

Il prof. Miller si rivela un uomo affabile e con il gusto della conversazione: ama i viaggi e ha una passione per la fotografia e gli animali. Attualmente i suoi interessi di ricerca riguardano lo sviluppo industriale in particolare a livello regionale e locale, l'evoluzione dei distretti dell'innovazione e l'abitat dell'impresa, in particolare dell'impresa globale. Al meeting insieme a noi c'è Bruno Rondani, fellow brasiliano e chairman di Wenovate – Open Innovatoion Center. La discussione inizia ricordandoci che "il mondo non è piatto": ci sono picchi e connessioni. Ad esempio, nella Silicon Valley ben il 48% delle imprese è gestito da immigrati: non è detto che tutti diventeranno il prossimo Google nè che saranno in grado di dare vita ad una global company, ma per l'ecosistema rappresentano una ricchezza enorme, creando relazioni con i propri paesi di origine, facendo da attrattori e moltiplicatori, generando la densità tipica della Valley. Dal suo punto di vista, quello che è interessante di un fenomeno è il suo inizio, l'origine del cluster, e la sua fine: la fase intermedia di un fenomeno è facilmente descrivibile e comprensibile. La sua continua ricerca è nell'analisi del contesto, da un lato e dall'altro nella capacità di individuare quelli che chiama "gli eroi": individui che nel proprio ambiente sono in grado di iniziare un cambiamento, innescare una nuova dinamica e aggragare intorno a sè le energie del territorio.

Si apre uno scambio complesso su cultura, differenza e quello che chiamiamo nel corso della discussione "dissonanza sostenibile": cosa succede quando, prendendo come punto di riferimento il
rainforest model, non un insieme limitato di global company ma un intero
ecosistema, un network sociale, culturale, antropologico portatore di
valori, specificità e storie differenti, si sostituisce all'idea del
distretto diventando il paradigma dello sviluppo e dell'innovazione?
Cosa succede, insomma, se creando un network sociale e antropologico un
intero territorio diventa il driver dell'innovazione, dell'occupazione e
del business?

Il tempo a nostra disposizione è troppo poco per
approcciare un tema così ampio. E' evidente la rilevazione che le global
company non hanno ancora strumenti per affrontare l'emergere di
"network" di questo genere in tutta la loro complessità, e che dal loro
punto di vista si fa ancora difficoltà a percepire "cosa" e "come" sarà
fatto un ecosistema peer-to-peer. 
Di certo c'è il fatto che approfondiremo questi temi
con il prof. Miller e con i tanti contatti che ci ha messo a
disposizione, per tentare di gettare nuova luce su quello che sembra
essere prima di tutto una questione di linguaggi, di percezione e di osservazione
antropologica delle società umane contemporanee.

Il secondo incontro stanfordiano ci porta da Matthew Tiews, neo promosso executive director of arts programs della School of Humanities and Sciences. Giovane, brillante, francamente simpatico, anche il ruolo di Tiews è frutto di una recente ristrutturazione nata con l'intento di inserire l'attività artistica del campus sotto il più ampio cappello della H&S (Humanities and Science), coordinando diversi organismi quali lo Stanford Institute for Creativity and the Arts (SiCa), Stanford Lively
Arts e Cantor Arts Center e il  Bing Concert Hall, di prossima inaugurazione.

Tiews_news

[Nella foto: Matthew Tiews]

Tiews ha anche il diffficile compito di far convivere e accorciare le distanze fra arte, business, istituzioni e tecnologia creando ponti e collaborazioni fra l'ecosistema del campus, i pratictioners e l'immensa ricchezza constituita dalla Bay Area. Il braccio operativo per rendere fattuali queste opportunità è principalmente lo Stanford Art Institute attraverso il quale si emanano bandi interdisciplinari per realizzare progetti: ne è un esempio la performance Local report 2012, che ha visto il coinvolgimento della Bay Area. Il campus è la scena principale dell'azione, per la sua vita interna ma anche per proiettare i risultati all'esterno, in una scena internazionale: come sempre colpisce l'approccio progettuale e manageriale che permea la cultura e il contesto dell'università americana.

Nel corso della discussione si accende il desiderio di saperne di più su come prima di tutto gli studenti si approccino al fenomeno dei maker e del 3D printing in una delle città pioniere e più avanzate nel settore. Le stampanti 3D sono nell'aria, ci risponde Tiews: i ragazzi le vogliono usare prima di tutto perchè sono qui, a portata di mano, e vogliono sperimentare un nuovo strumento. In molti per la mostra di fine anno si sono ispirati al fenomeno nei loro lavori. Ci ritroviamo a parlare di una visione strategica in cui questa nuova frontiera del design incontra la tradizione artigiana dell'Italia per rinnovarla e proiettarla nel futuro prossimo: cosa verrebbe fuori da uno scambio fra sapienti artigiani italiani e studenti di Stanford che mira a innescare questo insolito cortocircuito? A Tiews l'idea piace e, confermando il sano pragmatismo e la velocità di cogliere le idee di cui sopra, ci invita a ragionare insieme sul partenariato e sulle possibilità di found rising del progetto, e a sentirci al nostro rientro. Vedremo.

Prossima tappa sempre a San Francisco con Creative Commons, Google, Storify e l'Institute for the Future.