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San Francisco (Part II). Ubiquitous publishing, tool per la cittadinanza e nuove licenze

San Francisco è una città complessa e complesso è stato il nostro itinerario.

Da Stanford, vero e proprio "santuario" della new economy, ci iniziamo a spostare a nel cuore della Bay Area, che pulsa al ritmo vorticoso delle start up e degli organismi globali.

In questa seconda parte del viaggio ripercorriamo insieme il nostro incontro con Storify e Creative Commons International: due tappe in cui abbiamo esplorato le possibilità aperte dalle forme di publishing ubiquo associate ai concetti di cittadinanza e a nuove possibili licenze.

L'ubiquitous publishing, in sintesi la possibilità di trasformare corpi, architetture, oggetti in nuovi spazi di pubblicazione abilitando nuovi modi di "scrivere sul mondo", occupa una parte centrale della nostra ricerca, intracciandosi con la cosidetta "internet delle cose" e il vasto mondo della realtà aumentata. Al punto che nel 2009 abbiamo dato vita a Fake Press, un esperimento/performance in cui una casa editrice di nuova generazione esplora i temi e alle pratiche dell'ubiquitous publishing, rivisitando in chiave contemporanea il concetto e la forma del libro.

Storify nasce intorno al 2009, una start up che nell'immenso acquario delle start up rientra in quel fortunato 2% di idee su cui i Venture Capitalist della Valley decidono di imvestire, arrivando così sul mercato. La sede è un open space piccolo e ben fatto, pieno di vetro e parquet, in pieno centro ad appena 20 minuti dal nostro albergo. Ci andiamo in tre, Salvatore, io e Stefan Reich, fellow peruviano e direttore del Centro de Liderazgo Estratègico (CLE) presso l'Universidad Adolfo Ibañez di Lima.

Ad accoglierci è il suo creatore, Xavier Damman, co-founder e CEO di Storify. 29 anni, brillante studente di computer science appassionato di giornalismo, Damman è di origine belga, come ci rivela subito il suo senso dell'umorismo e un gradevole strascico francese nel suo accento. Appena laureatosi, ha in mente il suo progetto ma per realizzarlo decide di trasferirsi con sua moglie a San Francisco: ha 26 anni e ogni bar, ogni caffè con una connessione per il primo anno è il suo ufficio.

Storify

[Nella foto: a destra Xavier Damman, a sinistra Salvatore Iaconesi]

Storfy  è un content curation tool: una tendenza abbastanza recente del web che risponde all'esigenza di far fronte all'overload di informazioni in cui, fra blog, siti, giornali e social network, è sempre più difficile orientarsi. Nella nuova e intricata complessità in cui ci troviamo a navigare, un motore generalista di ricerca come Google risponde sempre meno all'esigenza di filtrare i contenuti arrivando all'informazione che stiamo cercando. Ecco che entra in gioco la content curation, un modello di piattaforma dove gli utenti possono organizzare i contenuti in modo tematico, secondo interessi, prospettive e così via, collezionandoli dal web e mettendoli a disposizione di altri: ne sono esempi Pinterest o Scoop.it. Storify nasce con l'obiettivo di creare un modo semplice e veloce per comporre "storie" attraverso questo meccanismo: l'interfaccia consente di scegliere un titolo e, su una pagina sostanzialmente bianca, di comporre il proprio racconto trascinando i contenuti dal web con operazioni di "drag & drop" (link, video, messaggi dai social network), che l'utente può intrecciare aggiungendo inserti testuali. Il filtro è in questo caso il punto di vista di una persona e così, come sottolinea Damman, di uno stesso argomento (ad esempio un evento), saranno possibili molteplici narrazioni anche in conflitto (come spesso avviene effettivamente sulla piattaforma), mentre il flusso in tempo reale delle conversazioni sui social network ha la possibilità di essere recuperato e riusato in una narrativa più complessa.

La prima domanda che chiediamo è se Storify stia esplorando la possibilità di articolare la narrazione in senso ubiquo: cosa succede se dallo schermo un tool come questo può generare storie per esempio associate ai luoghi, diventando accessibile direttamente dal territorio. Una prospettiva che stuzzica Damman anche se ancora non è nelle corde del progetto, dalla quale passiamo a discutere un argomento più complesso e delicato: cosa succederebbe se uno strumento simile a Storify fosse integrato quale strumento della nostra cittadinanza?

Un strumento iper-accessibile di narrativa crossmediale capace di cogliere e valorizzare l'estremo valore rappresentato dalla disponibilità di una tale varietà, abbondanza e complessità interconnessa di narrative, e di rispondere alla nostra necessità di creare senso, per navigare il rumore e trarne significati. Ma soprattutto di trovare nuove metodologie e nuovi accordi per rendere queste storie parte integrante della nostra cittadinanza planetaria.

Le implicazioni sono infinite e ci portano direttamente nell'headquarter di Creative Commons, a Mountain View.

Ci accolgono Sara Crouse (Director of Strategic Partnerships dal 2012), Jessica Coates (Global Network Manager dal 2011) ed Elliot Harmon (Communication Manager dal 2012). L'incontro si rivela perfettamente strutturato, in un ambiente friendly e accogliente che include un invito a mangiare insieme allo staff: passiamo l'intera mattinata insieme fino a oltre le 2 di pomeriggio, nel sincero interesse di conoscerci.

Partiamo da lontano, ripercorrendo insieme i tanti progetti e performance che nel corso degli anni abbiamo realizzato proprio sulle questioni del diritto d'autore: da Degradarte, performance che ha preso vita proprio sulle pagine di Nòva100 insieme a Guido Vetere, al Romaeuropa Fake Factory (REFF), a Squatting Supermarkets, fino al recentissimo Incautious Porn, per focalizzarci sui temi dell'ubiquitous publishing e sulle sue enormi conseguenze.

Social media, realtà aumentata, near field computing, location based media, ubiquitous publishing: questi i principali sistemi che ci permettono nella nostra quotidianità di riempire lo spazio intorno a noi di contenuti e informazioni. Questa trasformazione ha impatti enormi su come possono essere prodotti, distribuiti, fruiti, remixati e mashup-ati i contenuti e le informazioni: ci sono modalità completamente inedite e ancora poco chiare su questi scenari, inclusi gli argomenti del fair use, del dominio pubblico e della condivisione dei saperi per come vi si attuerà.

Ci chiediamo, ad esempio, come potrebbe essere fatta una licenza Creative Commons applicata ad uno spazio pubblico, inteso e a tutti gli effetti trasformato dalle tecnologie e dall'uso delle persone in una superficie di pubblicazione, e quali ne potrebbero essere gli impatti. In questo l'arte e la creatività potrebbero essere di enorme aiuto, attivando gli immaginari e le visioni delle persone.

Intanto, dalle vetrate dell'ufficio, guardiamo il Campus di Google a pochi chilometri da noi: la nostra prossima tappa.

CC

[Nella foto: vista su Mauntain View dall'ufficio di Creative Commons]