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San Francisco (Part III). Reinventare il futuro

La visita a Google si è svolta in gruppo. San Francisco è una città snodo per la Fellowship per diversi e anche ovvi motivi: la sua densità, la presenza della Chevron che è fra i finanziatori del programma (annualmente ad esempio si svolge una cena con i trustees, e una intera giornata è dedicata alla visita della sede), l'essere vicina abbastanza al Gran Canyon, dove ogni anno tutti i fellow si ritrovano insieme per un ritiro di tre giorni.

Per tutti questi motivi i program officer si sforzano di far convergere il maggior numero di Fellow a San Francisco, e Google è una delle tappe fondamentali: la peculiarità di questa organizzazione fà sì che per tutti è potenzialmente importante conoscerne le attività. Ecco una foto di gruppo con gli Eisenhower Fellow 2013 davanti al campus di Google, a Mountain View:

Googlegroup

[Nella foto, da sinistra a destra: Oren Magnezy (Israele), Dima Jamali (Libano), David Flanagan (Australia), Vishal Talreja (India), Stefan Reich (Perù), Alexandra Code (Francia), Nicklas Lundblad (Director Public Policy, Google), David Clark (Nuova Zelanda), Pilvi Torsti (Fillandia), Tina Yi-Chun Lo (Taiwan), Basma Al Buhairan (Arabia Saudita), Bruno Rondani (Brasile), Salvatore Iaconesi (Italia)]


Sono 12 i fellow in visita, e la nostra program officer ci espone regionevoli motivazioni per le quali non posso partecipare: il gruppo è già molto esteso. Perdo quindi l'occasione, ma il racconto di Salvatore mi restituisce l'esperienza. Riporto di seguito le sue principali riflessioni da una intensa mattinata in cui il gruppo viene accolto da Nicklas Lundblad, direttore delle Public Policy di Google:

"Google è uno dei soggetti planetari di maggior rilevanza, tanto da potersi porre da pari a pari con potenze mondiali come la Cina e gli Stati Uniti. Tra i maggiori "prodotti" di Google vi è una precisa visione del futuro. Il colosso globale di Mountain View svolge un ruolo molto attivo nel dare forma alle aspettative sul futuro delle popolazioni di tutto il mondo. Concept come Google Glass, le Google Cars, e gli innumerevoli concept che rigrardano energia e ambiente stanno dimostrando una distinta volontà di affrontare i maggiori problemi del pianeta.

Questo sforzo colossale ed ammirevole è bilanciato dalla peculiarità delle tipologie di soluzioni proposte: molte prevedono una radicale trasformazione del concetto di privacy e dei confini che, ad oggi, stabiliamo tra ciò che percepiamo come essere pubblico da ciò che percepiamo come essere privato, in totale adempienza agli obiettivi corporate e di business di Google.
Da qui nasce un interessantissimo incontro/scontro: da una parte la necessità di trasformazione per quelli che sano i nostri attuali dispositivi per la democrazia rappresentativa e la governance politica e sociale; dall'altro lato l'emergere di organizzazione sovra-nazionali con tanto potere da potersi permettere di cambiare profondamente le regole del gioco."

Dal racconto scopro dettagli interessanti della vita quotidiana al campus di Google. Concetti come "timbrare il cartellino" non esistono: i dipendenti entrano ed escono a piacimento e senza forme di controllo. Innumerevoli comodità, da palestre e piscine, sono incluse nella struttura dove le famiglie hanno spazi previsti a loro disposizione che permettono loro di integrarsi nella vita del campus,, e così via. Queste sono cose più o meno note. Quello che mi colpisce è la scomparsa del denaro: una formula all included dove, una volta entrati nel campus, è tutto compreso anche pasti, snack e merende. "Magicamente non hai bisogno del portafoglio" mi dice Salvatore. Provo a immaginare la vita di tutti i giorni di questi  peculiari dipendenti dentro la bolla Google, persone che si portano addosso le magliette aziendali con naturalezza e una punta di orgoglio: sono parti del corpo-Google, cellule della corpo-ration, espressione della sua cultura. Oltre la nozione tradizionale di contratto.

E da questo incontro, mentre lo spostamento e la percezione dei confini fra spazio pubblici e spazio privato si conferma come lo snodo di innumerevoli conflitti presenti e a venire, con Salvatore e gli altri fellow ci poniamo una domanda essenziale che sarà al centro di tante discussioni comuni: come è fatto un pianeta in cui le soluzioni ai maggiori problemi energetici, politici, di comunicazione, ambientali eccetera sono affrontati e risolti da una organizzazione privata globale, e in cui le soluzioni a tali problemi è in completa osservanza alle strategie di business dell'organismo stesso?

Il gigantesco lavoro di Google sul futuro del pianeta ci accompagna quasi per mano all'Institute for the Future di Palo Alto dove l'incontro con Sean Ness, Business Development Director dell'Istituto, fa emergere spunti e riflessioni operative sul
ruolo del design.

Viviamo un'epoca di cambiamenti rapidi e continui. Lo sappiamo dalla nostra vita quotidiana in cui è difficile stare dietro persino agli aggiornamenti del proprio sistema operativo, e i tempi fra una novità tecnologica e l'altra si accorciano sempre di più, vorticosamente. Per aziende e istituzioni la capacità di avere una
visione/strategia sul futuro diventa cruciale, quanto
il saper cambiarla "in progress" restando ricettivi al mutamento del contesto in cui operano. La figura del "future designer" è, forse, una tra le più preziose professioni che
possiamo imparare a fare nel presente.

L'Institute for the Future è una organizzazione non profit che ha compreso perfettamente questo passaggio, fondando la sua esistenza e la sua missione  proprio su questo: fornire a imprese e istituzioni scenari di futuro su cui poter orientare le proprie azioni in un arco temporale di medio e lungo periodo.

Institutefuture

[Nella foto: sede dell'Institute for the Future, 124 University Avenue, Palo Alto]

L'incontro con Sean Ness si rivela ricco di reciproca curiosità e interesse. Perliamo del nostro modo di concepire l'arte nel contemporaneo come sensore capace di recepire i segnali deboli e di concretizzarli "in oggetti" di comunicazione, prototipi veloci e performance in cui un futuro prossimo diventa immediatamente percepibile. I nostri lavori hanno spesso queste caratteristiche: materializzare modi di vita di vita e tendenze che si potrebbero manifestare in un un futuro vicinissimo (scherziamo sempre dicendo "When? Tomorrow afernoon!") perchè è quasi tutto lì, nel presente, ma quello che manca è la capacità di visualizzarlo, o ancora di più la cultura e il contesto perchè ciò emerga. Un esempio? A Pisa, per l'Internet Festival 2012, abbiamo realizzato la performance  "Emergenza": un futuristico tg, "Pisa Real Time 2015", basato sul concetto di "previsioni emozionali" in cui i sistemi di analisi e rilevazione delle espressioni degli cittadini sui social network forniscono la base dei servizi giornalistici. Un nuovo modo di concepire il giornalismo e il format del telegiornale che ha massimanmente incuriosito il nostro interlocutore.

La discussione prosegue, mentre introduciamo il concetto di Design Fiction, caro allo scrittore di fantascianza (e nostro carissimo amico) Bruce Sterling: uno strano "genere letterario" che, invece vedere i suoi adepti impegnati nello scrivere libri,
esplora le pieghe del futuro misterioso realizzando oggetti,
servizi ed applicazioni che, secondo la strategia individuata, saranno
esemplificativi del mondo che sarà. Non pro-totipi, ma pre-totipi.

Sullo sfondo di questo incontro affiorano in noi interessantissime domande, legate a doppia mandata al nostro ruolo di docenti: come è fatta una scuola di Design Fiction? come passare dal Design Strategico al Design del Futuro, e perchè? Si può formalizzare il "design del futuro"? e il futuro: si può veramente costruire?

Riflessioni, possibili metodologie e pratiche dal potenziale altissimo e tutte da esplorare, che intanto cerchiamo di trasferire nell'impostazione dei nostri corsi alla Sapienza e in particolare all'ISIA di Firenze.