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Dal Gran Canyon ai Puebla: l’incontro con la Navajo Nation

Il ritiro al Gran Canyon si svolge nell'area protetta del Parco Nazionale, in piena natura. È il segno che oltre la metà del viaggio è trascorsa e adesso si fa il conto alla rovescia: tappa dopo tappa ci riavviciniamo a Philadelphia, per poi ripartire ognuno verso le prioprie città di origine.

Per arrivarci sbarchiamo a Phoenix, dove c'è una sosta di una notte: l'aria è calda e i nostri compagni di viaggio mano mano arrivano tutti. Il clima diventa festoso e allegro: iniziamo a conoscerci e la prima settimana vissuta insieme a Philadelphia è realmente servita a farci sentire un gruppo.

E i tre giorni di pausa dal tour servono proprio a questo, fra pasti comuni, riunioni, escursioni in autobus e chiacchierate notturne al fresco delle pinete: il paesaggio che abbiamo intorno è sconvolgente, ampio, secco, millenario, una distesa di rocce rosse, popolate dalla coraggiosa e caparbia vegetazione che riesce a sopravviverci.

Dell'Arizona c'è il ricordo vivido delle strade: infinite, tutte uguali, la sensazione di attraversare un oceano di terra di cui non si vede la fine, come la mitologica Route 66. Strade fatte tutte così che scorrono davanti ai nostri occhi:

Streedarizona

[Nella foto: da Phoenix al Parco Nazionale del Gran Canyon, vista dal bus]

A ritiro finito, ci aspetta l'incontro con la Navajo Nation: un'esperienza complessa e difficile da sintetizzare.

La EF ha organizzato una vera e propria visita diplomatica. Siamo invitati ad una cena tradizionale a base di montone, verdure e
farina di mais blu, incredibilmente buona, dove ci accoglie una
delegazione composta dal presidente Ben Shelly, dalla moglie, da diversi
funzionari: un gruppo di donne si sono occupate della preparazione del
cibo personalmente, portandosi dietro due nipoti dagli occhi neri belli e
profondi. Ceniamo direttamente dentro la sede istituzionale della
Navajo Nation, in una sala appositamente adibita, e qui assistiamo ad un lungo discorso del Presidente grazie al quale iniziamo ad entrare nelle grandi contraddizioni che accompagnano la nascita delle riserve e del complesso rapporto con il Governo Federale degli Stati Uniti.

Il viaggio continua nei puebla, dove entriamio in contatto con altri
rappresentanti e funzionari di settori amministrativi differenti, ma non c'è tempo di
mischiarsi alla gente e alla loro vita quotidiana. I racconti più
interessanti e intensi sono quelli di chi si occupa di scuola,
eduzazione, formazione. Scopriamo le difficoltà di trasmettere e
mantenere la lingua Navajo alle nuove generazioni: una storia che risale
a tempi in cui i bambini venivano portati via dalle loro case,
trasferiti nella bording school (sostanzialmente dei collegi) per
l'intero anno. Bambini di villagi remoti strappati alle loro famiglie,
abituati alla vita rurale e comunitaria, a cui come primo gesto vengono tagliati i
lunghi capelli neri delle loro acconciature tradizionali. Bambini a cui in classe è posto il divieto di parlare la loro lingua, pena punizioni
corporali.  Una doppia
tragedia dal momento che l'intera cultura Navajo è basata sulla
trasmissione orale del racconto, essendo priva di una lingua scritta.

Sono solo dettagli di un passato ancora troppo recente di violenza e distruzione di un'identità che stenta ricostruirsi in chiave contemporanea. L'esperimento dei Casinò, fiore all'occhiello dell'economia Navajo in quanto completamente finanziati e gestiti da Navajo, ne è un esempio eclatante. Siamo a due passi da Las Vegas e l'idea è di intercettare turisti e americani di passaggio sulle highway, ma sono frequentati tipicamente da nativi assidui del gambling. I Casinò tentano di riprendere nel design la struttura, le immagini, i colori, i simboli e le forme della tradizione Navajo, dall'architettura ai tavoli da gioco. Quando chiediamo come i Navajo abbiano partecipato alla creazione del design, scopriamo che l'intero processo è stato dato in outsourcing a differenti compagnie esterne. Col risultato da un lato di dare in outsourcing la narrazione/rappresentazione della propria cultura, e dall'altro mancare un obiettivo fondamentale:  la creazione di professioni qualificate per i giovani Navajo che avrebbero potenzialmente il doppio risultato di riappropriarsi della loro identità con linguaggi nuovi e di proiettarsi nel presente. Allo stesso modo ci colpisce come il territorio, incluso il Gran Canyon, non renda accessibile ai suoi visitatori i significati e la narrazione che il popolo Navajo gli attribuisce, a partire da una basica segnaletica urbana.

Sullo sfondo di questa difficile storia – lo sterminio, le deportazioni,
la creazione delle riserve e le violenze – risulta un assetto
contemporaneo complesso, in cui la creazione degli stati indipendenti
(veri e propri governi autonomi) non riesce ancora completamente ad
affrontare i problemi della popolazione nativa. Complesso resta il rapporto con la proprietà della terra e la rappresentanza, con la ricorrente tematica dello sfruttamento del suolo – per l'uranio di cui la riserva è ricchissimo,
l'edilizia e il business. Ma ancora non si
riesce a creare sensibilità verso le modalità strategiche e operative
che potrebbero utilizzare le culture native come energia viva per
cogliere le opportunità dello sviluppo.

Nel poco tempo che abbiamo a disposizione emerge in noi la consapevolezza di quanto l'intera economia di questa particolare Nazione potrebbe basarsi sull'impararare ad "essere Navajo", con la loro differenza unica, con la possibilità di raccontare il mondo in modo diverso, di relazionarsi alla natura e agli animali in modo diverso.

Un processo lungo in cui le tecnologie digitali di cui oggi disponiamo, dalla realtà aumentata all'ubiquitous publishing,  sembrano fatte apposta per diventare dei potentissimi abilitatori.

Questa intensa visita si conclude lasciandoci con tante domande aperte tutte da esplorare: come si trasformerebbe la Navajo Nation se si instaurasse un processo progressivo secondo cui le persone possano essere formate per trasformare la cultura Navajo in un valore e una ricchezza viva e tangibile? Cosa succederebbe se, nel sistema dell'educazione, ci fosse un progetto per creare la Wikipedia Navajo? Cosa succederebe se si dedicassero energie nel proporre modelli alternativi in grado di cogliere l'essenza del meraviglioso rapporto dei Navajo con la natura e la spiritualità?

Cosa accadrebbe, in sintesi, se la cultura diventasse il principale "prodotto" della Navajo Nation?

Andiamo via con questo interrogativo in testa, senza risposte ma con un sincero desiderio di andare più infondo.

 NB:

Non ci sono foto dal nostro incontro con i Navajo. Ci siamo attenuti alla condotta che i nostri program officer ci hanno raccomandato: evitare di presentarsi con macchine fotografiche, non invadere il loro spazio, tenere sempre presente apparteniamo a culture differenti e che i nostri modi di fare anche involontariamente potrebbero diventare offensivi.