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Austin. Fra incubatori, accelleratori di impresa, ricerca e mercato

Quando arriviamo ad Austin è ormai notte fonda, e ci dirigiamo subito in albergo, dove il giorno successivo ci raggiunge Bruno Rondani, fellow del Brasile con cui condivideremo questa tappa.

Siamo in pieno centro e il nostro primo appuntamento è a pochi metri dall'albergo. Il tempo di una colazione e siamo catapultati dentro Capital Factory, uno dei più dinamici e attivi incubatori di startup degli Stati Uniti. Il segreto? L'ecosistema di engagement – fra mentor, angel investor e iniziative ricorrenti –, gli spazi – iper-accessibili, mutaforme e flessibili –, e un denso universo di iniziative interconnesse.

Ce ne parla Joshua Baer, fontatore di Capital Factory, che ci mostra la bella sede dell'incubatore, realizzato con una grande attenzione al design, fra open space, sale per workshop e conferenze, cucina, tavoli, cuscini oversize e comode poltroncine disseminati un po' ovunque.

Capitalfactory

[Nella foto, spazio di design: piante artificiali pendenti incapsulano un angolo tranquillo per lavorare o discutere un progetto]

CapitalFactorycucina

[Nella foto: l'open space dedicato alla cucina,uno dei posti più vivi dell'incubatore]

Capital-factoryview

[Nella foto: vista sulla città: sulla vetrata al centro, il logo di Capital Factory]

Il pensiero va ai tanti esperimenti di co-working che stanno iniziando a crescere in Italia e nel mondo e, in particolare, agli amici di The Hub Roma che hanno inaugurato lo spazio pochi mesi fa.

Nel corso della discussione con Baer riaffiorano i temi affrontati nel nostro incontro a Stanford con il prof Miller: è evidente come il punto di riferimento rimane il modello Silicon Valley e che gli sforzi sono tutti concentrati nel riuscire a ricreare la densità e il tipo di cultura della Valley, anche artificialmente. Al di fuori di questo orizzonte e senza questi elementi non sembrano esserci approcci e strategie alternativi.

Ci immergiamo più profondamente nell'ecosistema business/innovazione/ricerca che la città cerca di realizzare grazie all'incontro con Office for Technology Commercialization dell'Università del Texas: un intero dipartimento dedicato allo studio delle strategie secondo cui usare i risultati della ricerca tecnologica per dar forma a brevetti e servizi/prodotti innovativi, pronti per la commercializzazione.

L'ufficio pubblicizza circa 140 brevetti divisi in tre aree principali (Life Science, Computer & Wireless, Nanotechnologies), mentre l'architettura del sito ne rende facilmente comprensibile lo scopo:

  • – comunicare (essere una vetrina),
  • – parlare agli investitori,
  • – diventare uno strumento pratico per guidare e supportare ricercatori e docenti nel processo di realizzazione del brevetto,
  • – capire quali progetti e tecnologie hanno possibilità concrete di entrare sul mercato.

 

In questo, una serie di professionisti vengono messi a disposizione del network, offrendo ad esempio esperti specializzati in brevetti e licenze nei diversi settori di riferimento.

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[Nella foto: ingresso dell'Università del Texas]

Con James Earl Brown III, direttore di questo peculiare ufficio, esploriamo le strategie e gli scenari operativi di questo utilissimo concept. Emergono la necessità di avere strumenti per capire i trend di mercato e della ricerca tecnologica, gli spazi della competitività, le nicchie di mercato e gli impatti degli ecosistemi di business sulle società umane, in cui l'approccio antropologico assume un valore fondamentale.

Lasciamo gli spazi dell'Università del Texas ragionando sulle possibili, principali vie di collaborazione e scambio tra l'università e il business. Un rapporto complesso, ancora di più se guardiamo all'Italia.

Quello che ci regala Austin è l'incontro con un sud dinamico, secco, proiettato nel futuro: una città in pieno fermento, dove la gente ama la musica live presente in ogni locale, la carne e una infinita varietà di chilly e peperoncino difficile da immaginare e catalogare.

Prossima tappa, Kansas City.