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Boulder [Part 1]. Networking fra business e ricerca: l’esempio di CU CleanTech

Cambiamo ancora di paesaggio, catapultati nelle nellissime montagne del Colorado, a Boulder.

Anche qui c'è tanta acqua, fiumi cristallini, il paesaggio e la vegetazione sono di un verde intenso, l'aria freschissima, quasi fredda, e ci accoglie uno scrosciante temporale. Tutto intorno sembra di vedere le Alpi.

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[Nella foto, le montagne di Boulder dietro la Facoltà di Ingegneria]


Boulder è una città di piccole-medie dimensioni. Rinomata per le sue bellezze naturali, storicamente progressista, la qualità della vita è considerata altissima (tanto da essere definita "the happiest city of America"), le persone vanno in ciro in bici, e anche qui come a Kansas City l'acqua è un elemento centrale del paesaggio, perfino in pieno centro.

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[Nella foto: fiume e ponte vicino al nostro albergo]

Il centro della vita cittadina si svolge intorno a Pearl Street Mall, una zona pedonale dove si trovano piccoli negozi, bar e ristoranti tutti concentrati in poche centinaia di metri.

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[Nella foto: Pearl Street Mall, la Down Town di Boulder dove la gente si riversa a passeggiare, fare shopping e chiacchierare nei locali]

Il recente sviluppo della città è profontamente legato alla presenza e alle attività dell'università. Come abbiamo avuto modo di osservare a Pittsburgh, Austin e anche a Kansas City, il campus è un attrattore (di persone, studenti, professionisti qualificati e aziende), ma soprattutto è il centro propulsore di un'economia in rapido sviluppo, vivissima.

Il tutto risulta immediatamente chiaro e visibile dal nostro incontro con Nick Rancis, Pertnership Program Manager di CU Cleantech, un network completamente dedicato all'interconnessione attiva tra ricerca scientifica/tecnologica e business, principalmente dedicato ai settori delle tecnologie pulite, dell'energia, dell'ambiente e della sostenibilità.

Lanciato nel 2011 come sforzo comune del Deming Center for Entrepreneurship e del Technology Transfert Office della University of Colorado, il suo scopo è duplice: combinare e interconnettere le esigenze del business con le modalità della ricerca, e usare i risultati di quest'ultima per suggerire nuovi scenari. Gli strumenti e i fattori di maggior successo? Il network umano e la densità (di incontri, iniziative e scambi) che coinvolgono docenti, ricercatori, studenti e imprese.

Particolarmente interessante è il modello di student engagement che ci illustra Rancis, sviluppato su tre linee principali:

– lo Student Placement Program, una attività che attraversa l'intero anno mettendo a disposizione intership con le aziende che supportano Cleantech. Le intership si svolgono sia in estate che durante l'anno accademico;

– il Market Assessment Program (MAP), che nasce con l'obiettivo di identificare le ricerche a maggior potenziale di commercializzazione ed esporre gli studenti alle prime fasi di questo delicato processo. Un team composto da ricercatori, rappresentanti delle company e studenti passa al vaglio i progetti, seguendo una rigorosa metodologia: il risultato di questo world-class commercialization process è un report che viene presentato e discusso pubblicamente, in base al quale i progetti risultati maturi vengono scelti con la possibilità di accedere al proof-of-concept (POC) funding budget;

– il New Venture Challenge (NVC). Sponsorizzato dallo U.S. Department of Energy, si tratta di una competition di livello regionale (sono elegibili i seguenti stati: Colorado, Iowa, Kansas, Montana, Nebraska, North Dakota, South Dakota, Utah, Wyoming), organizzata da e indirizzata a studenti. Costituendo dei team di lavoro, il primo step che faranno è realizzare un business plan di due pagine dedicato alla commercializzazione di tecnologie rinnovabili che viene valutato da una giuria di esperti. Il primo classificato riceve un premio di 100.000$ in funzione di seed capital, partecipa alla National Competition Washington e riceve un supporto per ampliare e rafforzare la bozza di business plan iniziale grazie a dei mentor messi a disposizione.

Un bel quadro, de cui emerge una strategia articolata e solida che come al solito portiamo a casa, riflettendo su quali sono le più interessanti strategie grazie a cui la ricerca scientifica e tecnologica può interconnettersi e relazionarsi con le esigenze del business, e suggerire in maniera attiva scenari di tipo innovativo. Quali gli strumenti, le modalità e gli approcci. Quali i tipi di eventi, ruoli e figure professionali possono essere coinvolti. Rancis per esempio sottolinea come risorse preziose, forse le più preziose e difficili da assicurarsi, siano il tempo e l'attenzione che i diversi soggetti coinvolti (dagli investitori, ai ricercatori agli studenti) dedicano al network e alle attività del programma, e in questa direzione si fanno i massimi sforzi: una bella osservazione senz'altro.

Da questa intensa discussione passiamo in visita da Davide Stimilli, professore associato di Comparative Literature, German, Humanities presso la Universty of Colorado. Italiano trapiantato in US (è di Ancona originariamente), il nostro incontro si rivela una interessantissima esplorazione delle trasformazioni del sistema educativo statunitense. Ci parla del drastico spostamento dei corsi online con i MOOC e delle tensioni che ciò sta creando, del costo dell'educazione e del delicato tema dell'accessibilità delle opportunità. Della (mancanza di) complessità. Dei tagli economici, a cui l'America non è certo immune. A tutto questo fanno ovviamente da contrappeso le enormi opportunità per la collaborazione interdisciplinare e la possibilità di beneficiare delle grandi strutture e interconnessioni umane tipiche dei college americani, di cui Stimilli non fa mistero.

Andandocene ci chiediamo qual'è un scenario futuro, in positivo e in negativo, si prospetta per il sistema educativo statunitense, e il quesito è tutt'altro che semplice.